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ANONIMO – FUMATORI DI OPPIO CINESI, [Cina, 1890]
Albumina, formato carte de visite Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte, Fototeca, inv., inv F6901

L’uso dell’oppio nella medicina tradizionale cinese ha origini antichissime, risale sin dall’epoca Tang (618-907) e veniva utilizzato per combattere vari disturbi tra i quali la dissenteria, l’asma e i dolori colici. In epoca Ming (1368-1644) esso assume il ruolo di efficace medicinale in grado di stimolare il desiderio sessuale, conosciuto e commercializzato sotto il nome di chun yao, che significa porzione di primavera, veniva utilizzato anche presso i luoghi di piacere.
Inizialmente, a farne uso erano soprattutto i rappresentanti della corte imperiale, gli ufficiali dell’esercito e gli intellettuali. Veniva  utilizzato assieme al tabacco e accompagnato al tè durante la consumazione di rituali che si svilupparono attorno ad essi.
Nel XVI secolo, l’uso dell’oppio riguardava solo una piccola parte della popolazione mentre l’utilizzo del tabacco era diffuso in tutti gli stati sociali. Collegato all’uso di entrambi era anche l’utilizzo di pipe che assumevano forme e caratteristiche diverse. I fucili del fumo (yan qiang), avevano il gambo lungo (han yan), si potevano usare con l’acqua (shui yan) oppure erano piccoli e tascabili (do yan). L’oggettistica legata a questo vizio creò un mercato fiorente per il collezionismo.
Anche l’uso del tè, già presente nella cultura cinese, era accompagnato da un corredo di oggetti che diventarono ben presto di culto. Teiere, tazzine, cucchiai sapientemente ornati rappresentavano l’oggettistica più ricercata legata a questo rituale. Accanto alla diffusione
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delle case da tè, l’utilizzo dell’oppio si innestò in un palinsesto di rituali di svago e di intrattenimento ben sviluppato in Cina.
Ma il suo uso esplose quando l’imperatore verso la fine del XVII secolo vietò il tabacco e l’oppio cominciò ad essere fumato puro.
Il consumo aumentò tanto che all’inizio dell’Ottocento i fumatori erano circa 10 milioni, ed esso veniva importato tramite la potentissima Compagnia delle Indie inglese, che ne monopolizzava il commercio.
Le attività legate alla sua lavorazione crearono nuova occupazione. La droga veniva acquistata in India e introdotta nel paese via mare. Essa era ancora privilegio di pochi, perché costosa, ma già nei primi decenni dell’Ottocento si diffuse anche al di fuori delle classi dominanti. Le corporazioni commerciali cinesi e i così detti compradores ne organizzavano il trasporto e la distribuzione al dettaglio nell’entroterra. Nacquero le prime coltivazioni locali, per soddisfare la domanda in crescita.
Nel 1813 lo Stato intervenne con una campagna proibizionista avviata dall’Imperatore Jaqing. Ma nonostante questo il suo uso continuò a dilagare. Nel 1834 l’Inghilterra decise di porre fine al monopolio commerciale della Compagnia delle Indie. La dipendenza dalla sostanza era però ormai diffusa in tutti gli stati sociali tanto che anche i coolies, poveri cinesi impegnati nei lavori più duri, lo utilizzavano per sostenere la fatica cui quotidianamente erano sottoposti.
La sua diffusione divenuta così capillare anche a livello popolare portò a considerarne l’uso come degradante e amorale. Nella corte imperiale si fece spazio il partito proibizionista che nel 1839 impose la distruzione di 20.000 casse d’oppio scaricate dalle navi inglesi a Canton. Questo episodio decretò lo scoppio della Prima Guerra dell’Oppio in seguito alla quale Hong Kong venne ceduta all’Inghilterra.
Vennero sdoganati i traffici nei cinque porti aperti col trattato di Nanchino. La sua diffusione coinvolse le classi contadine. Aumentò anche la produzione locale che si rivelò peraltro un’importante fonte di reddito.
Il mondo intellettuale, dal canto suo, decantava la sostanza e ne faceva uso per trarre ispirazione per la composizione delle proprie opere. La fragranza nera venne in questo modo completamente assimilata alla società cinese. L’oppio veniva utilizzato come mezzo di pagamento negli scambi commerciali. La sua liberalizzazione sancita dai trattati di Tientsin nel 1858 e di Pechino nel 1860, portò ricchezza allo Stato. Ma l’utilizzo così massiccio di questa sostanza fu responsabile della creazione di un’immagine assai negativa della popolazione cinese a livello internazionale.

L’albumina dei Fumatori di oppio cinesi (Fototeca, inv F6901) rappresenta un esempio di come anche la fotografia contribuì, come mezzo di diffusione e di conoscenza di un paese lontano, a delineare questo stereotipo.
Quest’immagine, molto bella da un punto di vista estetico e compositivo, è presente anche nelle collezioni del Getty Research Institute di Los Angeles. In essa è possibile ammirare tutta l’oggettistica legata a questo uso. Compaiono infatti vari tipi di pipe e strumenti utili per la
consumazione della droga. Di rilievo il corredo di porcellane legato alla degustazione del tè che accompagnava, come detto, questo rituale.
Decisiva fu la propaganda attraverso eventi internazionali.
In occasione dell’Esposizione Universale a Sant Louis in Missouri, inaugurata 30 aprile del 1903, il paese rappresentò la propria cultura anche attraverso l’esibizione di pipe e oggetti vari legati al utilizzo dell’oppio.
L’avvento della Repubblica (1912) non modificò sostanzialmente le abitudini diffuse. La Cina divenne vera e propria meta per viaggi legati al consumo di questa sostanza e dovranno passare ancora degli anni affinché l’uso e il commercio di questa sostanza trovino una giusta  regolamentazione sia a livello legale che sociale.

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