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Zacharia Razi (Rhazes) (860- 923 o 932)

La settimana scorsa, grazie alla segnalazione di Giorgio Samorini, studioso di droghe e di tante altre cose (archeologia, botanica, etologia… si perde il conto), venivamo a sapere di un articolo in corso di pubblicazione che presenta “Afyunieh”, un trattato persiano del XVI secolo D.C. che, secondo gli Autori, appartenenti a varie facoltà di medicina delle università di Teheran, costituisce il primo documento scritto che tratti della disuassuefazione dall’uso di oppiacei. Infatti, nel mondo occidentale questo aspetto della farmacologia dell’oppio sarebbe stato preso in considerazione solo nel XIX secolo.

L’Autore di questo trattato è Imad al-Din Mahmud ibn Mas’ud Shirazi, medico persiano vissuto tra il 1515 ed il 1592, durante la dinastia Safavidica (che governò la Persia tra il 1501 ed il 1722). Questa fu un’epoca di grande potenza e prosperità per la Persia, ma come spesso accade per le società ricche, fu anche caratterizzata da un aumento dell’uso dell’oppio, che in quelle terre era conosciuto già 3000 anni fa, ma che nel periodo a cui facciamo riferimento sembra venisse importato dalla Compagnia delle Indie.

Imad faceva parte di una famosa famiglia di medici, e fu medico di corte del re Tahmasp (1525-1578) e di Abdullah Khan Ustajlu, governatore di Shirvan (1549-1565). Sembra che proprio per aver disobbedito a quest’ultimo, ricevette la punizione di dover passare una notte a mollo in una vasca, con freddo e neve, e si tramanda che si salvò in quel caso ricorrendo all’oppio (sic). Gli restò un tremore cronico, ma sopravvisse.

Si ignora se fosse questo l’evento che lo spinse a scrivere il trattato Afyunieh, o se intraprese quest’impresa perché lui stesso era stato affetto da dipendenza da oppio, come suggerito da qualche studioso; fatto sta che ad un certo punto della sua vita iniziò a scrivere un trattato sui suoi effetti utili, indesiderati, e – cosa che qui più ci importa – sulla dipendenza che induceva e sulle terapie per superarla.

Afyunieh, il cui nome deriva da Afyun che significa oppio in lingua persiana, fu molto popolare nella sua epoca, a testimonianza dell’importanza dell’oppio e dei problemi che apportava.

Imad esordiva dividendo i suoi concittadini in tre categorie: quelli che dell’oppio non ne volevano proprio sapere, quelli che lo usavano regolarmente per scopi sia voluttuari che curativi, e la terza categoria, la meno numerosa, quelli che ricorrevano ad esso solo come medicamento.

Nelle varie parti del suo trattato presentava la natura dell’oppio, identificazione, conservazione, preparazione, effetti benefici e indesiderati, e tossicità.
Per il mese del Ramadan in cui è proibito assumere alcunché per via orale nelle ore del giorno, consigliava di prepararsi in anticipo riducendo il proprio fabbisogno di oppio a 1-2 dosi pro die nel corso dei mesi precedenti, o ricorrendo a preparazioni da assumere per via rettale, o a preparazioni orali che rilasciassero lentamente l’oppio. Queste soluzioni, analoghe a quelle usate nella moderna farmacologia, erano ai tempi assolutamente originali, e Imad teneva a ribadire nel testo di non averle ricavate da alcun riferimento precedente.

Imad descriveva 31 effetti benefici dell’oppio, primo di tutti quello antidolorifico, poi sia l’induzione che la riduzione del sonno, l’entusiasmo e l’allegria nel lavoro, la riduzione della diarrea, della rinorrea e della tosse, la perdita di peso e la riduzione della spinta sessuale, evidentemente considerata come problema. A questi facevano da contraltare 20 effetti indesiderati, tra i quali debolezza, difficoltà cognitive, tendenza a solitudine ed isolamento, eccessiva magrezza e decadimento della vista e dell’udito.

Il miglior modo di ridurre questi effetti indesiderati, secondo Imad, era la riduzione delle dosi o la sospensione della terapia.

La parte più originale, e più interessante per noi, è però quella che viene dopo, la descrizione della dipendenza.

Imad scriveva che l’oppio induceva euforia e poi dipendenza agendo in maniera rapida sullo spirito e sul “calore interno”. Più avanti descriveva bene il fenomeno della tolleranza, scrivendo che “…è chiaro che tutti vorrebbero cercare di riottenere l’euforia sperimentata la prima volta che hanno usato l’oppio, ma questa non si può nuovamente sperimentare se non aumentandone le dosi, fintantoché il corpo non si indebolisce e la sensazione desiderata non diventa infine irraggiungibile”.

La descrizione degli effetti della sospensione dell’oppio comprendeva ansia, mancanza del respiro e senso di soffocamento, rinorrea, tosse, alterazioni della voce, insonnia, dolori diffusi e in particolare mal di testa, mal di schiena, dolori articolari, inappetenza, mal di stomaco, coliche, diarrea e febbre: completa come in un trattato moderno. Discutendo uno dei casi che aveva affrontato, Imad assicurava che comunque questi sintomi non portavano a morte, come invece altri ritenevano.

Per la disassuefazione dall’oppio, Imad suggeriva tre possibilità. La prima era di diradare gradualmente le assunzioni. La seconda era di ridurre gradualmente le singole dosi. La terza, quella secondo lui migliore, era di sostituire l’oppio con altre piante medicamentose, simili o diverse, da ridurre poi successivamente fino a sospendere la terapia.

Tra quelle da lui personalmente consigliate per questo scopo, Imad annoverava la buccia della capsula del papavero (una sorta di sostitutivo), il giusquiamo nero (anticolinergico, allucinogeno e potenzialmente letale), la ruta siriaca (con attività inibitoria delle monoamino ossidasi), la noce vomica (che contiene la stricnina, eccitante del sistema nervoso dagli effetti potenzialmente letali), la Boswellia sacra (da cui si estrae un tipo di incenso), lo smilace cinese (con vari effetti medicamentosi, tra cui quello antinfiammatorio), e lo zafferano e il caffè, questi ultimi utilizzati allo scopo di ottenere una specie di piacevole ubriachezza.

Castoro che si addenta i testicoli Der naturen bloeme (The flower of nature), c. 1350 – da ello.co

Consigliava anche di usare le ghiandole aromatiche del castoro, animale che ai tempi era comune in Persia e poi, a causa della caccia indiscriminata ebbe a estinguersi; il secreto aromatico di queste ghiandole, allora confuse con i testicoli dell’animale, era ritenuto curativo per svariate malattie ed intossicazioni compresa quella da oppio.

Tra gli altri medicamenti che Imad riportava ma non consigliava spiccano il vino, la cannabis, la mandragora, lo stramonio (analogo per principi attivi al giusquiamo e altrettanto pericoloso) e la cicuta (la pianta velenosa con cui si suicidò Socrate).

[Attenzione! Molti dei rimedi vegetali usati da Imad possono facilmente risultare tossici o letali in mani inesperte! A pasticciare con le piante si può finire male. Per curare una dipendenza da oppiacei rivolgetevi al medico!]

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A distanza di 450 e più anni, l’Iran è ancora una terra segnata dalla dipendenza da oppiacei, diffusa in tutte le classi sociali, ed è riportato che in questa poco invidiabile categoria sia la seconda al mondo. È possibile che ciò dipenda dalla propria storica “inclinazione” per questa sostanza, incorporata nella cultura popolare, usata e decantata da poeti e uomini di cultura, e per il precetto religioso di astenersi dalle bevande alcoliche, che non coinvolge i derivati del papavero.
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Ancora al giorno d’oggi l’oppio è usato nella medicina popolare per curare ipertensione, iperlipidemia, diabete ed altre malattie croniche, ed ovviamente come rimedio per il dolore.

L’Iran ha reagito razionalmente a questo suo problema, ed è all’avanguardia tra gli stati del medio oriente nell’uso di terapie farmacologiche basate sulle evidenze.

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